Il problema degli abbonamenti di oggi: i prezzi
27 nov 2025
Oggi tutti gli abbonamenti stanno diventando più costosi.
Purtroppo è un dato di fatto. Secondo IndexBox, noto portale di analisi e ricerche di mercato, i prezzi degli abbonamenti dei 10 principali servizi di streaming negli Stati Uniti sono aumentati in media del 12% solo nel 2025.
Nella maggior parte dei casi, gli aumenti dei prezzi negli US arrivano, con un po' di ritardo, anche in Italia. Ad esempio, Spotify aveva annunciato un rincaro dei prezzi a luglio 2024 (da 10.99$ a 11.99$), che è arrivato in Italia nell'agosto 2025 (da 10.99€ a 11.99€).
Vediamo meglio cosa sta succedendo ai servizi in abbonamento oggi e perché diventano sempre più cari.
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Quanto stanno aumentando gli abbonamenti
Gli abbonamenti stanno aumentando, ma quanto?
Le statistiche parlano chiaro. Nel 2020, un americano medio pagava 20.48$ mensili per i servizi di streaming, mentre nel 2025 circa la spesa mensile è salita a 69$.
Negli ultimi anni gli aumenti non sono più l’eccezione, ma la regola. Ormai arrivano puntuali come un orologio svizzero, e uno dei casi più evidenti è Netflix. Il piano Base partiva nel 2014 da 7,99$/mese, un prezzo rimasto invariato fino al 2019. Poi la salita è iniziata: prima 8,99$/mese, poi nel 2022 il nuovo balzo a 9,99$/mese. E non è finita: meno di un anno dopo è arrivato un altro ritocco, questa volta di +2$, portando il costo a 11,99$/mese. Dal grafico si vede chiaramente quanto la curva abbia iniziato a salire vertiginosamente:

L’aumento dei prezzi sta diventando la nuova normalità. Alex Norström, Co-Presidente e Chief Business Officer di Spotify, ha dichiarato esplicitamente che "gli aumenti dei prezzi fanno parte dei nostri strumenti di business" e che la società li applicherà "quando sarà opportuno".
Ha anche aggiunto che “gli aumenti fanno ormai parte della cassetta degli attrezzi” delle aziende. In altre parole, da usare ogni volta che serve spingere i ricavi un po’ più in alto.
A confermarlo è anche un'analisi di Goldman Sachs: gli utenti Spotify dovranno aspettarsi un aumento del prezzo del proprio abbonamento ogni 24 - 48 mesi.
Gli abbonamenti extra
E mentre gli aumenti diventano normalità, sta prendendo piede un’altra strategia ancora più sottile: aggiungere servizi extra a pagamento per riavere ciò che prima era incluso.
Il caso più evidente è Prime Video. Per anni l’esperienza era semplice: un unico abbonamento Amazon Prime, con film e serie senza pubblicità. Fine.
Poi è arrivato l'annuncio via email. Il piano base era cambiato: stessa tariffa, ma con interruzioni pubblicitarie obbligatorie. Chi avesse voluto continuare a vedere Prime Video senza annunci, avrebbe dovuto pagare un supplemento.
Si tratta di un nuovo livello dello stesso abbonamento, ma senza pubblicità. Che cosa offre? Esattamente l’esperienza che prima avevi di default. Solo che ora costa di più. In Italia il supplemento è di 1,99 € al mese, che si sommano ai 49,90 € l’anno o ai 4,99 € mensili dell’abbonamento Prime.
L'uso di abbonamenti extra è un modello calibrato per massimizzare il ricavo medio per utente:
- Chi non paga l’extra genera comunque profitto tramite le inserzioni;
- Chi lo paga aumenta direttamente il guadagno mensile dell’azienda.
Ed è una doppia vittoria, ma solo per Amazon.
È una strategia che sta diventando sempre più comune nel settore, messa in pratica da tante altre aziende come Netflix, Disney+, Paramount+, DAZN, e persino YouTube (con YouTube Premium Lite). E allora il dubbio sorge spontaneo: quanto del nostro abbonamento stiamo pagando per avere qualcosa in più… e quanto per riavere ciò che avevamo già?
Secondo Emarketer, questi abbonamenti extra funzionano: il 46% degli abbonati US pagano per piani con pubblicità.
Costo significa qualità?
A questo punto sorge spontanea una domanda: se paghiamo di più, almeno stiamo ottenendo contenuti migliori?
Purtroppo, la risposta corta è: no. O, quantomeno, non più di prima.
Negli ultimi anni i prezzi degli abbonamenti streaming sono cresciuti in modo costante, ma la qualità, e soprattutto la quantità di contenuti, non ha seguito lo stesso ritmo. Il motivo? Il settore ha vissuto un brusco calo dei guadagni.
Tra il 2021 e il 2022 è successo di tutto: Netflix perde 1 milione di abbonati in tre mesi per la prima volta nella sua storia, gli investitori vanno nel panico, Disney e Warner Bros avviano licenziamenti di massa, e l’industria si blocca per diverso tempo a causa dello sciopero degli sceneggiatori.
Il risultato: tagli ai budget, meno sperimentazione, meno serie nuove e un forte rallentamento nella produzione di contenuti di qualità.
Eppure i prezzi… continuano a salire.
Secondo i dati di FX Research (che monitorano la produzione di serie dal 2009), il massimo numero di serie TV originali prodotte è stato raggiunto nel 2022, proprio mentre gli abbonamenti iniziavano a diventare più costosi. Da allora, la produzione di nuove serie è in calo netto, mentre i servizi puntano soprattutto a rinnovare ciò che funziona già, spesso con budget enormi (ad esempio Stranger Things 4, che arriva a toccare 270 milioni).

Il paradosso? La qualità media delle serie non è diminuita, e le valutazioni IMDb restano alte, ma la quantità di nuovi titoli di alto livello sì. In pratica: ci sono ancora cose ottime, solo che ce ne sono molte meno.
Come reagiscono gli utenti ai rialzi
Finora abbiamo parlato degli aumenti, ma la domanda vera è: come stanno reagendo gli utenti? Perché, se le aziende continuano ad aumentare i prezzi, un motivo c’è: nella maggior parte dei casi, le persone non abbandonano il servizio. E le piattaforme lo sanno benissimo.
Anche se qualche utente protesta o si disiscrive, la stragrande maggioranza rimane cliente. Il motivo è semplice: per molti, questi servizi sono ormai diventati necessari. Sono entrati così tanto nelle nostre abitudini quotidiane che il loro costo, sebbene in aumento, viene spesso percepito come qualcosa da pagare per forza.
Le aziende aumentano i prezzi perché possono farlo. E continueranno a farlo finché i ricavi guadagnati dai clienti che pagano il prezzo più alto superano le perdite della piccola percentuale che abbandona il servizio. È un gioco di numeri, e finora i numeri sono dalla loro parte.
La verità è che gli utenti non stanno abbandonando in massa lo streaming. Con costi sempre più alti, passano semplicemente ai piani con pubblicità o alle offerte più economiche, che permettono di risparmiare senza rinunciare ai contenuti. Non a caso, i piani con pubblicità stanno esplodendo: nel 2024, nei Paesi dove è disponibile, il 55% dei nuovi iscritti Netflix sceglie il piano con annunci, e il totale degli abbonati al piano con pubblicità ha superato i 70 milioni.
Le piattaforme se ne sono accorte e stanno investendo pesantemente nella pubblicità, perché è diventata una parte fondamentale del loro modello di business.
E quindi, purtroppo, gli aumenti funzionano, almeno finché il pubblico si "adatta". Tuttavia, questa strategia nasconde un grosso rischio: se le piattaforme spingono troppo sui rialzi o sul numero di annunci, potrebbe arrivare il momento in cui gli utenti raggiungeranno il limite della sopportazione e inizieranno ad andarsene per davvero.
E quando succederà, probabilmente sarà troppo tardi per rimediare.